David Graeber

David Graeber, 50 anni, di New York, attivista, antropologo, già professore a Yale, insegna al Goldsmith College di Londra ed è uno degli ispiratori di Occupy Wall Street, il movimento di protesta che si è diffuso in tutto il mondo con lo slogan «Siamo il 99%».

“Già nell’antichità si pensava che il peggior scenario in grado di condurre alla dissoluzione della società era proprio una grossa crisi del debito; le persone comuni erano così indebitate con quell’uno o due percento della popolazione che deteneva il grosso della ricchezza, da trovarsi costrette a cedere in schiavitù membri della famiglia o addirittura se stessi.
Cosa accade invece oggi? Anziché dar vita a qualche genere di istituzione sovraordinata per proteggere i debitori, si creano queste immani istituzioni planetarie come il Fondo Monetario Internazionale e Standard & Poor’s per proteggere i creditori. Queste istituzioni dichiarano, in spregio ad ogni logica economica, che a nessun debitore dovrebbe essere consentito fallire. Inutile a dirsi, il risultato è catastrofico. Stiamo sperimentando qualcosa che – a me, almeno – ricorda le circostanze tanto temute dagli antichi: una popolazione di debitori che cammina sull’orlo del disastro.
Dovrei aggiungere che se Aristotele fosse tra di noi oggi, dubito seriamente che penserebbe che la distinzione fra affittare o vendere se stessi o membri della propria famiglia per lavorare, sia qualcosa di più che una sfumatura legale. Concluderebbe probabilmente che la maggior parte degli americani sono, da tutti i punti di vista, schiavi.
L’attuale situazione europea penso sia un chiaro esempio del perché le attuali condizioni sono chiaramente insostenibili. Ovviamente “l’intero debito” non può essere pagato. Ma anche quando alcune banche francesi hanno offerto volontariamente garanzie per la Grecia, le altre hanno insistito nel trattarla in ogni caso come se fosse fallita. La Gran Bretagna ha preso una posizione persino più assurda, secondo cui questo vale anche per i debiti che i governi devono alle banche che sono state nazionalizzate – il che vorrebbe dire, tecnicamente parlando, che lo stato è debitore di se stesso! Se ciò significa che coloro che percepiscono pensioni di invalidità non saranno più nelle condizioni di usufruire del trasporto pubblico, o che i centri giovanili devono essere chiusi, questa ci viene presentata semplicemente come “la realtà dei fatti”.
Questa “realtà dei fatti” appare sempre più chiaramente come la realtà del potere. In tutta chiarezza, ogni pretesa che i mercati si autosostengano e che i debiti siano sempre onorati, è stata spazzata via nel 2008. Questo è uno dei motivi per cui a mio avviso assisteremo ad una reazione molto simile a quella che abbiamo visto al culmine della crisi del debito del Terzo Mondo – ciò che fu chiamato, in modo piuttosto assurdo, il “movimento no-global”. Questo movimento chiedeva una democrazia autentica, e sperimentò al suo interno forme di democrazia diretta e orizzontale. Dall’altra parte c’era la temibile alleanza tra le élite finanziarie e i burocrati delle istituzioni globali (FMI, Banca Mondiale, WTO, oggi l’Unione Europea…).
Quando migliaia di persone cominciano a radunarsi nelle piazze in Grecia e Spagna, chiedendo vera democrazia, quello che stanno realmente dicendo è: “nel 2008 avete fatto scappare i buoi dalla stalla. Ma se il denaro è soltanto una convenzione sociale, una promessa, un ‘pagherò’, e se persino miliardi di debiti possono essere cancellati se dei concorrenti sufficientemente potenti lo chiedono; se le cose stanno in questo modo, e se ‘democrazia’ significa davvero qualcosa, allora tutti devono avere voce in capitolo nel processo decisionale che stabilirà su quali basi queste promesse sono state fatte e come vanno rinegoziate”. Trovo tutto ciò straordinariamente incoraggiante.” (David Graeber, 26.08.2011, Intervista di Philip Pilkington, traduzione di Don Cave, sinistrainrete.info)

“Zuccotti Park e tutte le altre occupazioni si sono trasformate in spazi in cui sperimentare istituzioni sociali diverse. E non si sono organizzate con le modalità della democrazia diretta solo le assemblee, ma anche le cucine, le biblioteche, i presidi medici, la comunicazione e molte altre istituzioni basate sui principi dell’aiuto reciproco e dell’auto-organizzazione. Un efficace tentativo di creare la nuova società nel guscio della vecchia”. (David Graeber, 30.11.2011, Al Jazeera)

CRITICA DELLA DEMOCRAZIA OCCIDENTALE. Nuovi movimenti, crisi dello Stato, democrazia diretta di David Gaeber (elèuthera, € 10.00)

È nei nuovi movimenti sociali estranei alle istituzioni e alle mitologie prevalenti che oggi si vede all’opera un ideale democratico capace di mobilitare dal basso l’intera società. E il futuro della democrazia sta proprio lì. Nonostante la civiltà occidentale rivendichi l’invenzione della democrazia, Graeber in questo saggio ci mostra come in molte società «altre» ci siano state, nel tempo e nello spazio, forme democratiche basate sull’auto-organizzazione comunitaria ben lontane dal paradigma occidentale gerarchico e disegualitario. Non solo, nello stesso Occidente stiamo assistendo alla nascita tumultuosa di nuovi movimenti di critica radicale dell’esistente che stanno sperimentando una molteplicità di processi decisionali egualitari fondati su pratiche orizzontali e modalità di condivisione. Proprio questi esperimenti sociali in atto dimostrano come la democrazia sia un’invenzione molto più ricca e articolata della riduttiva concezione statuale imposta dall’Occidente come modello unico. Anzi, è proprio questo modello a essere oggi in crisi, perché è fallito il suo progetto di coniugare le procedure democratiche con i meccanismi coercitivi dello Stato e dunque creare democrazie nel senso pieno del termine.

DEBITO. I primi 5000 anni di David Gaeber (il Saggiatore, € 23,00)

David Graeber rivoluziona la teoria sociale ed economica in un libro destinato a rimanere nel tempo. In uno stile colloquiale e diretto, attraverso l’indagine storica, antropologica, filosofica, teologica, ribalta la versione tradizionale sulle origini dei mercati. Rifiutando l’assioma, vero mito fondativo della scienza economica risalente ad Adam Smith, secondo il quale la moneta è nata per favorire gli scambi tra individui e sostituire il sistema basato sul baratto, spiega come a far nascere questo concetto sia stata la necessità dei grandi stati di avere un modo più efficiente per fare pagare le imposte o per misurare le proprietà. Da qui sarebbe nato il debito, un concetto da rinegoziare quando le condizioni cambiano rispetto al momento in cui è stato contratto. L’istituzione del debito è anteriore alla moneta e da sempre è oggetto di aspri conflitti sociali: in Mesopotamia i sovrani dovevano periodicamente rimediare con giubilei alla riduzione in schiavitù per debiti di ampie fasce della popolazione, pena la deflagrazione di tutta la società. Da allora, la nozione di debito si è estesa alla religione come cifra delle relazioni morali («rimetti a noi i nostri debiti») e domina i rapporti umani, definendo libertà e asservimento. Mercati e moneta non sorgono automaticamente dal baratto, come sostengono gli economisti fin dai tempi di Adam Smith, ma vengono creati dagli stati, che tassano i sudditi per finanziare le guerre e pagare i soldati. In quest’ottica, il conio della moneta si diffonde per imporre la sovranità dello stato e assicurare il pagamento uniforme dei tributi. L’economia commerciale, basata sulla calcolabilità impersonale, eclissa così le economie umane, basate sulla reciprocità personale. Gli ultimi 5000 anni di storia hanno visto l’alternarsi di fasi di moneta aurea e moneta creditizia, fino al definitivo abbandono dell’oro come base del sistema monetario internazionale nel 1971. Graeber guarda agli sviluppi di Europa, Medio Oriente, India e Cina, e individua tre grandi cicli nella lunga storia del debito. L’Età assiale (dall’800 a.C. al 600 d.C.), in cui si impone il potere di conio degli imperi e le grandi religioni fanno la loro comparsa. Il Medioevo, dove l’economia viene demonizzata, in Europa come in Cina. L’età degli imperi capitalisti, delle grandi conquiste e del ritorno allo schiavismo, che vede il mondo inondato d’oro e d’argento. Graeber esplora infine la crisi attuale, nata dall’abuso di creazione di strumenti finanziari da parte delle grandi banche deregolamentate, e sostiene la superiorità morale di cittadini e stati indebitati rispetto a creditori corrotti e senza scrupoli che vogliono ridurre libertà e democrazia alla misura dello spread sui titoli pubblici.

FRAMMENTI DI ANTROPOLOGIA ANARCHICA di David Gaeber (elèuthera, € 10.00)

Graeber propone qui un’inedita contaminazione tra una disciplina scientifica che ha le molteplici società umane come oggetto di studio e una filosofia politica estrema che con estrema lucidità decostruisce i meccanismi del dominio sociale. Che cosa dovrebbe rendere compatibili, anzi affini, antropologia e anarchia? Per Graeber, entrambe si muovono da molto tempo sulla stessa traiettoria, non solo perché riconoscono la varietà dei modi di pensare propri degli esseri umani, ma anche perché pongono al centro della loro riflessione la questione cruciale del potere. In un puzzle di appunti e spunti deliberatamente incompiuti, l’autore sviluppa la sua tesi partendo dalle enclaves libertarie ed egualitarie presenti in diversi momenti della socialità umana (di cui ci parlano antropologi come Marcel Mauss e Pierre Clastres), per arrivare alle forme di contropotere esistenti nel mondo occidentale. Viene così abbozzata una ridefinizione dello Stato e delle organizzazioni politiche che apre a considerazioni fortemente innovative sui concetti di dominio, gerarchia, autorità.

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Pubblicato in Libri (21/12/2012)

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